Il camoscio della Majella studiato come indicatore di salute della fauna selvatica

Il camoscio della Majella studiato come indicatore di salute della fauna selvatica

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Nel congresso mondiale i ricercatori parlano dell’ungulato nostrano

di Michele Brunetti

Il camoscio appenninico è un animale unico legato alla storia del nostro territorio, particolarmente al Parco Nazionale della Maiella, ma oggi veste i panni di un investigatore d’eccezione, anche se inconsapevolmente, che indaga il livello di salute del territorio del Parco. Vivendo in ambienti particolari e in alcuni casi condividendo spazi con animali domestici al pascolo lo rende un perfetto indicatore delle differenze rilevabili in ambiente, in presenza o assenza di attività legate all’uomo, tanto da diventare, per la prima volta in Italia, oggetto di studio da parte del Wildlife Research Center del Parco e dell’Università degli Studi di Teramo che ne vogliono valutare la capacità di descrivere lo stato di salute del territorio in cui vive.

A partire da campioni di feci del camoscio, sono stati isolati batteri resistenti ad antibiotici considerati critici per la salute umana. Si tratta per lo più antibiotici che non vengono utilizzati in ambito veterinario e sono definiti tali perché la loro efficacia nel curare le infezioni deve essere preservata considerando che sono fra le poche molecole ancora efficaci nello sconfiggere batteri resistenti che non sono più trattabili con i comuni antibiotici. Questi risultati riguardano in particolare i batteri Enterococchi resistenti alla molecola antibiotica Linezolid e i batteri escherichia coli resistenti alla colistina e ai carbapenemi.

In particolare, c’è stata la possibilità possibile di correlare queste resistenze alla presenza di alcuni geni e nel caso dell’Escherichia coli è stato possibile riportare per la prima volta la presenza del gene oxa 48 nel camoscio e la presenza del gene mcr-4 per la prima volta nella fauna selvatica. Questi risultati riguardano in particolar modo i camosci che vivono condividendo ambienti con le attività antropiche, suggerendo una contaminazione di origine umana, gli esemplari che vivono in aree ben più isolate non presentano gli stessi profili di resistenza. Questi risultati pongono una riflessione sulle responsabilità dell’uomo nell’utilizzo corretto degli antibiotici e invitano a una rinnovata consapevolezza su quanto le nostre azioni possano avere conseguenze sull’ambiente e sulla comunità.

Il camoscio della Majella studiato come indicatore di salute della fauna selvatica

Il camoscio tipico dalla Majella conquista sempre più spazi

Il Rupicapra pyrenaica ornata, meglio noto come camoscio appenninico, è prevalentemente legato agli ambienti d’alta quota caratterizzati da praterie e pareti scoscesi, ma in inverno, quando la neve è abbondante, scende più a valle nel bosco. Ha una vita media di 15 anni e a maggio le femmine partoriscono un solo camoscetto. Negli ultimi anni ha avuto avvio un processo di colonizzazione di diversi massicci del Parco della Majella situati a distanze maggiori rispetto all’area di presenza principale, come il Monte Porrara o le Montagne del Morrone e dove attualmente sono presenti diversi camosci, in particolare maschi giovani in fase di dispersione. All’incremento del numero di camosci e di branchi presenti all’interno del Parco è seguita anche l’espansione in nuove aree come la Valle dell’Orfento e la Val Cannella dove da alcuni anni si sono stabili dei branchi riproduttivi, costituiti da femmine e camosci giovani a cui in autunno, all’inizio del periodo degli amori, si uniscono anche i maschi.

In questi giorni nella spagnola Cuenca in forma di Virtual Conference, causa problematiche covid, si sta tenendo la 69° conferenza internazionale della Wildlife Disease Association dove sono intervenute le Università, i Parchi, gli Istituti di Sanità e Monitoraggio della fauna che da tutti i continenti studiano e monitorano quotidianamente la salute della fauna selvatica e dell’uomo in virtù dell’ approccio “One Health” concetto per il quale si riconosce che la salute degli esseri umani è legata alla salute degli animali e dell’ambiente. Sapere che in un contesto così prestigioso, il camoscio nostrano sia un importante oggetto di studio e dibattito ci rende più consapevoli dei tesori naturali che la nostra regione possiede.


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