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La Mucca, questa tranquilla creatura

La Mucca, questa tranquilla creatura

Le mucche sono tra le più gentili tra le creature viventi; nessuna mostra più appassionata tenerezza verso i propri piccoli quando è privata di loro; e, in breve, io non mi vergogno di professare un profondo amore per queste tranquille creature.”
Thomas De Quince
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Tra i vari animali sacri la posizione di massimo rilievo spetta alla vacca. E’ venerata in numerose culture e religioni, tra cui l’induismo, lo zoroastrismo e culti del passato come quelli dell’Antico Egitto, dell’Antica Grecia e dell’Antica Roma. Per l’induismo i bovini sono sacri, e in special modo lo è la vacca che rimanda alla fertilità e all’abbondanza, e simboleggia la generosità della terra In India è possibile avvistare questi pacifici animali che vagano per le strade, protetti da una sacralità che li rende non solo immangiabili ma anche intoccabili. Bovini dalla proverbiale magrezza, che si muovono da soli o in piccole mandrie alla ricerca di cibo in città quanto nelle campagne del paese.

Tuttavia dal 2004 si vedono sempre meno vacche per le strade trafficate delle grandi città, in quanto allontanate da questi grandi centri. La vacca è considerata l’incarnazione terrena di Kamdhenu, dea di tutte le mucche, raffigurata spesso con la testa di donna, la coda di pavone e le ali di aquila. Altre volte è rappresentata come una mucca al cui interno sono presenti altre divinità e ogni parte del corpo rappresenta  sacralità induiste, come per esempio le gambe sono le antiche scritture Veda, le spalle sono Agni e Vayu (fuoco e vento) e gli occhi sono il Sole e la Luna. Molto spesso la raffigurazione della mucca è accompagnata da diverse divinità, quali Shiva o Krishna.

La Mucca, questa tranquilla creatura

Da alcune ricerche archeologiche è risultato che il culto del toro era presente presso la civiltà Harappa (3000-1700 a.C. circa) nella valle dell’Indo e si estese alla mucca in età vedica. Tuttavia i bovini venivano, comunque, consumati come alimento. Secondo alcune fonti la venerazione e la sacralità di questo animale risalgono a quando in India iniziarono a diffondersi il Buddhismo e il Jainismo, due religioni che contemplano anche il vegetarianismo – gli indù smisero di mangiare carne. Nel primo secolo d. C. , le mucche furono associate ai brahmani, ovvero a coloro che appartenevano alla casta più alta, considerati quasi superuomini. Uccidere una mucca cominciò a essere paragonato a uccidere un brahmano, dunque un vero e proprio tabù.

La Storia di questa venerazione

Il primo movimento organizzato di protezione delle mucche indù fu lanciato da una setta sikh nel Punjab intorno al 1870. Il Mahābhārata racconta le origini di questa venerazione: Un re di nome Vena era così malvagio che i saggi dovettero ucciderlo. Siccome era senza eredi, i saggi gli strizzarono il polso destro e nacque Prithu. Anni dopo ci fu una grande carestia e il re Prithu armato di arco e frecce costrinse la terra a nutrire il suo popolo. La terra prese le sembianze della vacca e lo implorò di risparmiarla, in cambio del latte con cui poteva sfamare tutto il suo popolo. E da allora la vacca si munge, ma non si uccide

La Mucca, questa tranquilla creatura

La mucca secondo gli indù produce 5 elementi essenziali: latte, formaggio, burro (o ghee), urina e sterco. I primi tre sono alimenti e usati nel culto degli dei indù, mentre le deiezioni possono essere utilizzate nelle cerimonie religiose o bruciate per ottenere carburante.  Attualmente in India sopravvivono leggi costituzionali che vietano la macellazione di questi animali, il consumo e l’esportazione della loro carne e dal 2011, sono iniziati a spuntare i primi santuari, finanziati con donazioni di fondamentalisti che ospitano le vacche che non possono più produrre latte. 


L’aquila reale, regina del cielo

L'aquila reale, regina del cielo

Vola in alto per potere abbracciare con lo sguardo una visuale più ampia sulle zone sottostanti. Ed è per questo che gli uomini dicono dell’aquila che, fra tutti gli uccelli, è l’unico a essere divino” Aristotele.

L’aquila reale “regina del cielo” è uno dei rapaci diurni italiani più affascinanti, considerata da sempre uno degli uccelli più ammirati, amati, persino adorati. Ha un piumaggio bruno castano che solo sul capo presenta bellissime striature dorate che svelano l’origine del suo nome scientifico Aquila chrysaetos che letteralmente significa “Aquila d’oro”. È un animale maestoso, libero di volare verso l’alto, tra le vette delle montagne, nella vastità del cielo. Ed è per questo che nella storia e nella mitologia antica, l’aquila è spesso associata al sole ed è considerata, a seconda delle diverse culture, una manifestazione dello spirito divino o una messaggera degli dei. È l’uccello sacro a Zeus, dio del fulmine e delle nuvole, suo attributo specifico, ed è spesso identificata con lo stesso padre degli dei.

Simbolo di potenza, vittoria e prosperità, nella cultura dei nativi d’America, l’aquila è l’uccello dei fulmini o meglio ancora “Uccello del tuono”, incarnazione del Grande Spirito e per questo adorato e rispettato. Piume di aquila, totem e maschere con le sembianze di aquila erano molto comuni nei riti sciamanici Sioux. Una leggenda popolare indiana che ha lo scopo di insegnarci come affrontare i cambiamenti, narra che l’aquila viva fino a 70 anni, ma affinché ciò possa accadere, intorno ai 40 anni, deve prendere una decisione difficile, ha solo due alternative: lasciarsi morire o affrontare un doloroso processo di rinnovamento, lungo ben 150 giorni. Se decide per la seconda opzione, l’aquila vola allora in cima a una montagna ritirandosi su un nido inaccessibile.

L'aquila reale, regina del cielo

Qui l’aquila comincia attraverso un processo doloroso, a sbattere il becco sulla parete fino a staccarlo e a strapparsi i vecchi artigli, quando questi dopo qualche giorno ricresceranno, si staccherà dal suo corpo tutte le penne e quando avrà anche le nuove penne, l’aquila, attraverso questo nuovo e coraggioso processo di rinnovamento, potrà di nuovo spiccare il volo e continuare a vivere per altri 30 anni. Nell’antica Babilonia, Ningirsu, dio delle tempeste e della fertilità, aveva le sembianze di un’aquila bicipite ovvero con due teste che guardavano in direzione opposta. Nelle fiabe, così come negli antichi bestiari medievali, se il leone è il re degli animali sulla terra l’aquila è considerata la regina de cielo.

L’aquila reale nella storia dell’arte

Nella storia della simbologia cristiana, l’apostolo Giovanni è spesso rappresentato sotto forma di aquila, con volto o ali di aquila sono spesso raffigurati gli angeli. Nell’antico Egitto, l’anima veniva spesso rappresentata sotto forma di un’aquila; ecco allora che talismani a forma di aquila venivano nascosti tra le bende delle mummie per permettere all’anima di liberarsi dal corpo e volare nell’al di là dopo la morte. Nella storia dell’ arte, pittori di tutte le epoche hanno reso immortale attraverso dipinti e sculture il mito di Ganimede, il giovane e bellissimo coppiere degli dei, rapito da Giove sotto forma di aquila. Ricordiamo anche il celebre dipinto Aquila con volpe di Antonio Ligabue nel 1944.

L'aquila reale, regina del cielo

Il Medioevo ci ha consegnato, uno dei più bei gioielli di tutti i tempi, una “fibula” d’oro con la forma di un’ aquila, ritrovata nella Repubblica di San Marino, è parte del celebre Tesoro di Domagnano (V-VI secolo) e conservata a Norimberga. Oggi l’aquila reale, è considerata una specie a rischio, confermato dal fatto che anche nella Lista Rossa Italiana degli uccelli nidificanti la specie è nella categoria Near threatened (NT). L’aquila infatti, come altri grandi rapaci, non riesce sempre a riprodursi a causa soprattutto del disturbo provocato dall’uomo.


Il cavallo tra miti e leggende

Il cavallo tra miti e leggende

Il significato simbolico del cavallo risale alla preistoria. Sono risalenti al terzo millennio aC, delle tavolette di ardesia rinvenute a Elam, oggi Iraq e Iran che fanno riferimento a questo nobile animale selvaggio. Grazie al lavoro che il cavallo faceva per l’uomo, una volta che quest’ultimo riuscì a domarlo, gli valse l’onore di entrare nella storia dell’umanità, divenendo simbolo di riverenza e onore: il cavallo cominciò a servire l’uomo nelle battaglie, per facilitargli gli spostamenti, aiutando l’uomo nei lavori nei campi, tutto questo fece sviluppare più in fretta anche la stessa civiltà, rappresentando il motore attorno al quale le tribù e la cultura orbitavano. Il cavallo dunque accompagna da sempre la storia della vita dell’uomo ed è stato considerato sacro in tutte le antiche civiltà.

Il cavallo tra miti e leggende

Storia simbolica del cavallo

In molte culture il cavallo è stato assunto come simbolo di continuità di vita, fertilità e salute. Nella cultura celtica era il simbolo di prestigio potere, forza, bellezza e velocità, ed è l’animale più raffigurato nelle monete celtiche. Nella mitologia la dea Epona, che assicurava la salute e la fertilità di tutti gli animali, era considerata la protettrice dei cavalli e veniva sempre raffigurata in compagnia di uno o più di essi, se non addirittura come una cavalla. Nell’antica Roma, i sacerdoti sacrificavano un cavallo nel mese di ottobre in onore del dio Marte, per preservare la fertilità e favorire la rinascita della natura. Sacrificare un cavallo era un elemento ricorrente anche in altre civiltà che vedevano in esso il passaggio dalla morte dell’inverno, alla vita della primavera.

Nei miti persiani il dio della pioggia Tishtrya, ha l’aspetto di un cavallo bianco che combatte il demone della siccità. Anche Pegaso il cavallo alato, nato dall’unione di Medusa con Poseidone simbolicamente è legato a divinità acquatiche. Nella cultura cinese, araba , induista, il cavallo è assunto come simbolo di forza, potenza e mistero. Nei nativi d’America rappresenta la saggezza ed è legato alla terra e al vento. Il cavallo animale solare, forte, valoroso, puro, coraggioso e libero, simbolo di forza energia e libertà, da sempre fidato compagno dell’uomo, si è rivelato anche un sostegno emotivo, un conduttore privilegiato nel campo della Pet Therapy.

Il cavallo tra miti e leggende

I cavalli sono creature che adorano la terra Mentre galoppano su zoccoli d’avorio Costretti dalla meraviglia della morte e della nascita I cavalli continuano a correre, sono liberi. John Denver


Il gatto nell’Antico Egitto: i diversi volti del sacro

Animali, storia e cultura :Il gatto nell’Antico Egitto: i diversi volti del sacro

28 Novembre 2021

di FRANCESCO DI GIORGIO

Nella dimensione culturale umana, il regno animale è da sempre stato connotato da differenti attributi: dalla divinizzazione dell’animale (vissuto come epifania o vera e propria incarnazione della divinità), alla rappresentazione dell’animale come simbolo di una realtà feroce e indomabile (riscontrabile anche nel fenomeno del tabù linguistico), all’impiego di animali nell’attività agricola e artigianale, per arrivare alle forme più violente come il sacrificio e la caccia rituale (fenomeni che nell’antichità rappresentavo l’aspetto duplice del sacro, inteso come benedetto e maledetto).

Il gatto, a questo proposito, è forse l’animale che meglio si presta a spiegare questo continuo slittamento semantico, per ragioni di brevità ci limiteremo ad utilizzare esempi provenienti dall’Antico Egitto (che l’opinione pubblica generalmente percepisce come l’apice della cultura del gatto).
La zoologia vuole indicare come antenato del gatto domestico la specie Felis Silvestris, la quale sembra essersi diffusa in un’ampia area geografica dall’Europa all’Asia passando per l’Africa (O’ Brien et al., 2008), che ha attraversato diversi gradi di domesticazione, anche se si può ritenere che il pieno raggiungimento di questo processo sia avvenuto solamente negli ultimi 200 anni.

Animali, storia e cultura : Il gatto nell’Antico Egitto: i diversi volti del sacro

La sotto-specie Felis Silvestris libyca, particolarmente diffusa nel Mediterraneo dall’Africa al Vicino Oriente, fu probabilmente addomesticata presso gli Egizi per dare la caccia ai roditori che abitavano le zone paludose nei pressi del Nilo e si ritiene che la maggior parte delle razze
riconoscibili attualmente in Europa discendano proprio da questa sottospecie (Modonesi, 2009). Il gatto iniziò ad apparire frequentemente all’interno della pittura sacrale egizia a partire dal 1500 a.C. ca., anche se la prima rappresentazione sembrerebbe trovarsi all’interno della tomba di Khnumhotep III.

Il teriomorfismo nelle civiltà del Mediterraneo antico era essenzialmente un veicolo per poter spiegare la natura divina delle cose, acquisiva in questo senso un fine gnoseologico, per questo il felino, animale dalle mille sfaccettature, oltre ad essere il simbolo di una divinità che ne assume le sembianze, la dea Bastet associata al divino femminile e alla luna, divenne una delle tante immagini del dio Ra (Modonesi, 2009) impegnato nella lotta con il mitico serpente Apopi (forse proprio per questo il gatto assunse una funzione apotropaica e venne rappresentato agli ingressi dei templi in cui si celebrava il rito dei morti).

Animali, storia e cultura : Il gatto nell’Antico Egitto: i diversi volti del sacro

Cultura del sacro

La cultura del sacro che comportava la conservazione del corpo del defunto, essenzialmente indistinto dalla componente animistica dell’essere umano che doveva sottoporsi al giudizio nell’Oltretomba con la suggestiva cerimonia di pesatura del cuore, venne traslata anche al gatto.
Si diffuse così, in età tolemaica, la peculiare necropoli di gatti, in cui, a seguito dell’imbalsamazione, l’animale era totalmente trasfigurato nella sua forma divina, divenendo un’immagine di Osiride. Si può intendere in questo processo la completa realizzazione della natura lunare del gatto come protettore dei luoghi sacri in vita e guida di anime in morte.

Il gatto faceva parte, inoltre, della cultura popolare come portafortuna, spesso invocato per scongiurare la presenza di spiriti maligni, o come protagonista di fiabe come allegoria dell’ordine sociale, spesso sconvolto dalla presenza dei topi (Modonesi, 2009).


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