Comprendere un cane oggi significa andare ben oltre il semplice addestramento. Significa conoscere il comportamento, la comunicazione, le emozioni, le capacità cognitive e il ruolo che la ricerca scientifica può avere nel migliorare il benessere animale e la relazione con l’uomo. Questa è anche la filosofia che ha dato origine al Dog Training Olistico® un modello che interpreta il cane come parte di un sistema complesso, nel quale comportamento, salute, emozioni, apprendimento, ambiente e relazione con la famiglia sono elementi strettamente interconnessi.

Intervista a Francesco Sacco

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Comprendere un cane oggi significa andare ben oltre il semplice addestramento. Significa conoscere il comportamento, la comunicazione, le emozioni, le capacità cognitive e il ruolo che la ricerca scientifica può avere nel migliorare il benessere animale e la relazione con l’uomo. Questa è anche la filosofia che ha dato origine al Dog Training Olistico® un modello che interpreta il cane come parte di un sistema complesso, nel quale comportamento, salute, emozioni, apprendimento, ambiente e relazione con la famiglia sono elementi strettamente interconnessi.

Allo stesso tempo, la cinofilia è chiamata a confrontarsi con nuove esigenze: una formazione sempre più qualificata, l’impiego dei cani in contesti operativi complessi e una crescente attenzione alla qualità della vita degli animali durante tutte le fasi della loro esistenza. Ne parliamo con Francesco Sacco, educatore e addestratore cinofilo, esperto nell’area comportamentale e formatore di professionisti, che ci accompagna in un percorso tra esperienza sul campo e innovazione, raccontando come la cinofilia stia evolvendo verso una disciplina sempre più interdisciplinare, responsabile e orientata alla diffusione di una cultura fondata sulla competenza.

In cosa consiste oggi la nuova veste di Ances e quali sono gli obiettivi della nuova organizzazione?

Ances entra in una nuova fase. Il cambiamento più evidente è la trasformazione di Ances in Società Benefit, ma in realtà è il risultato di un percorso iniziato molti anni fa. Siamo nati occupandoci di formazione e attività cinofile e, con il tempo, il nostro lavoro si è allargato sempre di più alle persone, alle famiglie e al ruolo che il cane può avere nella società.
Oggi collaboriamo con il mondo universitario, formiamo professionisti e stiamo sviluppando nuovi progetti e servizi.

La nuova veste ci permette di dare una struttura più solida a tutto questo. Restiamo un’impresa, ed è giusto dirlo chiaramente, ma abbiamo scelto di affiancare agli obiettivi economici anche obiettivi di beneficio comune. Siamo partiti 15 anni fa occupandoci di cani e questa esperienza ci ha insegnato che per migliorare davvero la loro vita, è fondamentale imparare a capire anche i loro esseri umani e renderli partecipi del cambiamento.

Com’è cambiata negli ultimi anni la richiesta di formazione nel settore cinofilo e, in particolare, nell’ambito della ricerca operativa?

La richiesta è cresciuta moltissimo. Oggi c’è un grande interesse per la cinofilia professionale e, in particolare, per tutto ciò che riguarda l’olfatto del cane.
Viviamo però in un momento particolare: abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, ma non è sempre facile distinguere una competenza reale da qualcosa semplicemente raccontato molto bene sui social. Nella ricerca questo accade spesso. Il fiuto del cane è straordinario, ma a volte viene descritto quasi come un superpotere.

Io provengo dalla ricerca operativa. Con Aaron ho lavorato anche durante il terremoto di Amatrice e ho partecipato a numerosi interventi di ricerca di persone scomparse. Quando vivi realmente queste situazioni impari a essere molto prudente. Un cane da ricerca è parte di un binomio costituito da lui e dal suo conduttore. Si lavora in simbiosi, il cane deve essere affidabile, conoscere con precisione quale informazione cercare, distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è, l’umano è lì per aiutarlo a svolgere questa attività nel miglior modo possibile e in sicurezza. Per questo credo che la formazione debba diventare sempre più seria e completa. Abbiamo bisogno di meno etichette suggestive e di più competenze reali e verificabili.

Quando in una famiglia che vive con un cane è previsto l’arrivo di un bambino, quanto è importante preparare preventivamente la relazione?

È molto importante. Negli anni ho lavorato con centinaia di futuri e neogenitori proprio su questo tema. Uno degli errori più frequenti è pensare che tutto si giochi nel momento in cui il bambino viene presentato al cane. In realtà quell’incontro dura pochi istanti. Il vero cambiamento comincia il giorno dopo e non per il cane. Cambiano gli orari, il sonno, gli spazi e le attenzioni. Arrivano nuovi rumori, nuovi oggetti e, comprensibilmente, i due genitori saranno molto più stanchi. Per il cane cambia improvvisamente quasi tutto.

Una cosa che mi ha insegnato anche il mondo del soccorso è che non bisognerebbe mai trovarsi in un’emergenza se questa è evitabile. Per questo bisognerebbe fare prevenzione e iniziare mesi prima della nascita. Per fare questo però bisogna conoscere il proprio cane, individuare eventuali difficoltà e prepararlo gradualmente alla nuova quotidianità e tante volte i proprietari osservano il loro cane con gli occhi dell’abitudine e spesso non notano situazioni di rischio che un professionista può notare più facilmente.

È fondamentale preparare i genitori. Su questo sono piuttosto netto: credere che “il mio cane è buonissimo” non sia una misura di sicurezza. Il rapporto fra cani e bambini è un qualcosa di straordinario, ma la responsabilità rimane sempre degli adulti. Prevenire non significa avere paura del cane, significa creare le condizioni perché quella relazione possa crescere serenamente e in sicurezza.

Negli scenari di emergenza, come i terremoti, in che modo le conoscenze scientifiche sul cervello, sul comportamento e sullo stress ci aiutano oggi a preparare e gestire il cane da ricerca?

Per molti anni abbiamo raccontato il cane da soccorso quasi come un eroe instancabile: sempre pronto a lavorare e capace di superare qualsiasi difficoltà. È un’immagine bellissima, ma non è del tutto realistica. Anche un cane molto preparato può essere stanco, sotto pressione o arrivare a un punto in cui non riesce più a lavorare con la stessa lucidità. Oggi le neuroscienze, lo studio della cognizione e della fisiologia dello stress ci permettono di comprendere meglio questi fenomeni.

Lo stress nel cane non è soltanto agitazione. Può influenzare l’attenzione, il modo in cui il cane affronta l’ambiente, le scelte che compie durante il lavoro e di conseguenza la sua accuratezza. Nella ricerca questi aspetti sono fondamentali. Il nostro compito non è eliminare completamente lo stress, perché sarebbe impossibile. Dobbiamo imparare a riconoscere quando il cane è ancora in una condizione che gli permette di lavorare bene e quando, invece, ha bisogno di recuperare. Credo che questa sarà una delle grandi evoluzioni della cinofilia operativa: parlare un po’ meno del “naso eccezionale” del cane e comprendere molto meglio il cane che utilizza quel naso.

Cosa accade ai cani da ricerca e soccorso al termine della loro carriera operativa e come dovrebbe essere gestito il loro pensionamento?

Questo è un tema di cui si parla ancora troppo poco. Vediamo questi cani durante i terremoti e le grandi emergenze, li celebriamo per il loro lavoro, ma sappiamo molto meno di quello che accade quando diventano anziani e arriva il momento di fermarsi. Ho vissuto personalmente questo passaggio con i miei cani e, in particolare, con Aaron. Era stato con me ad Amatrice e in molti interventi di ricerca. Quando per anni ti alleni con un cane, parti con lui e affronti situazioni anche molto difficili; il pensionamento non significa semplicemente decidere che dal giorno successivo non lavorerà più.

Credo che, quando possibile, debba essere un passaggio graduale. Bisogna considerare l’età, la tipologia di cane, le condizioni fisiche, i tempi di recupero e anche e soprattutto la motivazione del singolo cane a continuare a svolgere quella attività. Possiamo ridurre l’impegno, cambiare la difficoltà del lavoro e continuare a offrirgli esperienze adatte alla sua età. Quando Aaron morì lo definii un collega, un amico e un membro della mia famiglia. Credo che ai cani che hanno lavorato al nostro fianco dobbiamo qualcosa di più di una fotografia e di un ringraziamento durante le emergenze. Prenderci cura di loro quando non saranno più operativamente utili è veramente il minimo che possiamo fare per sdebitarci.

leggi anche Ripartono le attività cinofile di formazione dell’associazione Abruzzo k9

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