Emergenze in pandemia, canili lager, randagismo e assistenza: parola al Dr. Mammarella

Emergenze in pandemia, canili lager, randagismo e assistenza: parola al Dr. Mammarella

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Intervista al Coordinatore del Movimento Animalista Abruzzo

di Michele Brunetti

Il Movimento Animalista è un’associazione, senza scopo di lucro, di cittadini che scendono in campo per tutelare il nostro patrimonio naturale, gli animali e i loro diritti, attraverso iniziative culturali, sociali e politiche, ponendosi come forza trasversale, lontano dalle ideologie e dall’immobilismo delle istituzioni. Organizzato con una struttura di coordinamenti regionali, provinciali e cittadini, e a livello nazionale con la consulta dei presidenti, della quale ne fanno parte tutti quelli di associazioni ambientaliste e animaliste che perseguono le medesime finalità. Oggi abbiamo intervistato il dottor Guido Mammarella, il coordinatore abruzzese.

Guido, quali sono state le iniziative di volontariato per non lasciare soli gli animali dei padroni malati o morti a causa della pandemia?
Emergenze in pandemia, canili lager, randagismo e assistenza: parola al Dr. Mammarella

La pandemia da Covid-19 ha indirettamente riguardato anche i nostri compagni a quattro zampe. Basti pensare alla situazione dei positivi in quarantena, a volte interi nuclei familiari, che non sanno a chi affidare il proprio cane per farlo uscire per le quotidiane passeggiate o per portarlo dal veterinario per quelle visite indifferibili. Il problema si aggrava se le persone vengono ricoverate e gli animali restano improvvisamente soli, e diventa infine drammatico quando i pazienti perdono la battaglia col Covid. In queste circostanze, specialmente quando le Istituzioni locali non offrono alcun servizio di assistenza, diventa essenziale il ruolo svolto dalle associazioni animaliste.

Un ottimo contributo a livello nazionale lo sta fornendo la Le.i.d.a.a., Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente, presieduta a livello nazionale dall’onorevole Michela Vittoria Brambilla, che fin  dalla scorsa primavera ha messo a disposizione i propri volontari in tutta Italia.
Anche le tre sezioni operanti in Abruzzo (a Teramo, Pescara e Chieti) sin  dalla prima fase della pandemia rispondono alle richieste di aiuto che pervengono al centralino nazionale e vengono poi smistate verso le varie province. A Pescara il servizio di supporto è ancora più ampio, perché alle richieste di intervento che pervengono direttamente dal call center nazionale o direttamente dei cittadini, si aggiungono tutte quelle situazioni che vengono segnalate dal Comune di Pescara – Assessorato al benessere animale, cui Leidaa ha fornito disponibilità nell’ambito di un più vasto programma di collaborazione instaurato nel 2020.

Nel corso di questi mesi Leidaa in Abruzzo sta gestendo moltissimi casi con centinaia di interventi, affrontando quotidianamente le più disparate situazioni: non solo le uscite quotidiane, mediamente due volte al giorno, per farli svagare e assolvere ai propri bisogni fisiologici, ma anche presa in carico per portarli dal veterinario quando necessario. Inoltre, spesso i proprietari in isolamento versano anche in situazioni di indigenza economica aggravatasi con l’attuale crisi occupazionale, e dunque l’associazione si è fatta anche carico di fornire le crocchette; ci sono poi i gatti rimasti soli in casa perché i loro compagni umani sono ricoverati o deceduti.

Ricordo ancora il drammatico caso seguito da una volontaria della Leidaa di Chieti che prestava quotidianamente assistenza a un gatto i cui proprietari erano entrambi ricoverati in ospedale; nel corso di pochi giorni sono venuti a mancare entrambi i coniugi, e l’assistenza è proseguita domiciliarmene per settimane fino a quando non è stata trovata un’ottima adozione in un nuovo nucleo familiare.
I nostri volontari Abruzzesi, “nostri” in quanto sono anche io un volontario in Leidaa Pescara, si dedicano con impegno e profondo senso di abnegazione  a gestire quotidianamente queste emergenze, ma i casi sono in costante aumento negli ultimi mesi e c’è un costante bisogno di nuove risorse che fortunatamente stanno affluendo, ma non sono mai abbastanza e per questo colgo l’occasione di invitare chiunque voglia dare una mano, e abbia esperienza a condurre cani, a contattare una delle sezioni Leidaa attraverso le pagine Facebook ed entrare a far parte di questo splendido progetto di solidarietà verso gli animali e i cittadini.

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Com’è la situazione territoriale in merito al randagismo?

In primo luogo, i numeri forniti annualmente dalla Regione Abruzzo fotografano una realtà esclusivamente parziale che si basa in sostanza sui dati ufficiali di ingresso dei cani nei canili, sulle adozioni comunicate dai rifugi e, per quanto riguarda il randagismo felino, sui numeri delle sterilizzazioni operate dal servizio pubblico e delle colonie riconosciute; ma tutti sappiamo che non tutti i randagi “passano” per i canili sanitari o finiscono nei rifugi e negli asili, come pure è noto che non tutti i felini rinvenuti e curati sul territorio seguono la “via pubblica” della sterilizzazione, spesso per un diffuso senso di sfiducia verso le istituzioni amministrative e di diffidenza verso l’autorità sanitaria pubblica circa la rapidità ed efficienza delle cure e delle sterilizzazioni, con particolare riguardo ai felini. La conseguenza è che esiste un “sommerso” che sfugge totalmente ai meri dati statistici e che viene gestito dai volontari (sia nell’ambito di associazioni ufficiali, sia sotto forma di libero volontariato) che con risorse economiche proprie ed una rete di solidarietà fortunatamente capillare e diffusa si occupano quotidianamente di soccorrere, curare, ospitare, trovare adozione a tantissimi cani e gatti, cercando soluzioni ottimali per il loro benessere.

Quando il volontariato, che dovrebbe essere di integrazione e supporto alle istituzioni, si trova a sostituirle, che sia per scarsa efficienza o per sfiducia, allora è evidente che c’è un sistema pubblico che non funziona in modo adeguato o per lo meno difetta di comunicazione, e questa è sempre una sconfitta perché evidenzia come la problematica non sia poi di così grande interesse per quelle autorità che, a norma di legge, dovrebbero affrontarla adottando adeguate politiche mirate sicuramente alla sicurezza sul territorio, ma al contempo e soprattutto al benessere dei randagi, esseri senzienti la cui vita e salute debbono essere legalmente oggetto di massima tutela.

Tutti conosciamo le cause del randagismo, sappiamo che trova origine non soltanto nelle riproduzioni incontrollate di animali vaganti sul territorio, ma anche negli abbandoni di cani di proprietà non microchippati, spesso di intere cucciolate casalinghe indesiderate; il randagismo felino, poi, è fenomeno ancora più ampio e complesso, spesso ignoto ai cittadini che non operano nel volontariato.

La situazione è diversificata nelle quattro province (quella che presenta maggiori criticità, secondo i dati ufficiali, è la provincia dell’Aquila), così come la tipologia del fenomeno varia tra i centri abitati e le periferie, ma in ogni caso a mio parere – fatte salve alcune realtà più “virtuose” dove operano autorità politiche ed amministrative dotate di maggiore sensibilità e lungimiranza – le attività svolte dalle istituzioni sono in linea generale insufficienti, specie se non concepite in un programma più ampio che non può limitarsi unicamente al presidio della situazione nel proprio Comune.

In tal senso, reputo eccellente il progetto avviato la scorsa estate dal Presidente della Provincia di Pescara Antonio Zaffiri, che ha tentato di riunire tutti i Comuni della provincia spiegando come la problematica debba essere affrontata in maniera congiunta e univoca e non piuttosto su base unicamente comunale, visto che l’esperienza ha dimostrato come una visione territorialmente limitata ai confini della municipalità non sia sufficiente.

Mi sono confrontato con lui la scorsa estate ed anche in questi ultimi giorni e ho apprezzato l’onestà intellettuale con la quale spiega (e tenta di far comprendere ai sindaci) come il randagismo non si combatta solo con la costruzione di nuovi canili, che rappresentano piuttosto il fallimento del sistema, bensì in primis attraverso una campagna di sensibilizzazione ed educazione al possesso responsabile e al rispetto degli obblighi di legge, intendendo per obblighi sia quelli che gravano sui proprietari, sia quelli di spettanza delle istituzioni.

Rilevante la necessità espressa di massimo coinvolgimento delle Associazioni di Volontariato, che hanno il reale polso della situazione. Ma, con amarezza, il Presidente Zaffiri ha ammesso la propria delusione, alla quale mi associo, visto che su 46 Comuni invitati solo 15 hanno risposto. 

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Prevedere un’assistenza veterinaria per i possessori indigenti, è possibile?

Certo che è possibile, anzi, è doveroso. Tutti noi sappiamo quanto siano elevati i costi delle cure veterinarie e dei farmaci uso animale, inoltre l’attuale normativa prevede un regime fiscale oneroso con le aliquote Iva massime e un basso margine di detraibilità, la conseguenza è che molti, troppi cittadini, in un clima generale di crisi economica ulteriormente aggravatasi a causa dell’emergenza Covid, spesso non sono più in grado di curare i propri animali se non indebitandosi, arrivando a volte a dover decidere di privarsene incrementando tra l’altro gli abbandoni . Le racconto due episodi recenti che mi hanno particolarmente colpito. Il primo riguarda un signore anziano, che in una grande clinica del Lazio mi raccontava di percepire una pensione minima e per questo aveva dovuto stipulare una polizza finanziaria per poter operare il proprio cane. Il secondo riguarda una donna al cui cane è stata diagnosticata una patologia oncologica che richiede un immediato intervento chirurgico e un probabile ciclo di chemioterapia: totalmente priva di mezzi sufficienti, tra le lacrime mi raccontava di sentirsi impotente e di aver tentato inutilmente di ottenere un aiuto da amici e parenti.

In entrambi gli episodi queste persone concludevano il loro drammatico racconto con una domanda: ma è possibile che i cani dei ricchi hanno diritto ad essere curati, e quelli dei poveri no? Quali risposte possono esser date a queste persone, al di là dell’immediato sostegno economico? Prima che di natura politica e normativa, la problematica è di natura culturale. È sicuramente vero che negli ultimi decenni c’è stato un profondo cambiamento nel sentimento popolare, in special modo nei confronti degli animali d’affezione, come è altrettanto vero che anche la normativa ha fatto qualche passo avanti, ma c’ è ancora molta strada da compiere sul piano culturale e su quello legislativo. Chi ama gli animali, o per lo meno li rispetta, li riconosce come esseri senzienti e ritiene scontato sempre e comunque il loro diritto alla salute; al contrario, coloro che non li considerano portatori di diritti e dignità li considerano come “qualcosa” di proprietà e non “qualcuno”, in altri termini, alla stregua di “beni”, magari anche “di lusso”.

E’ purtroppo ancora frequente l’idea, di assoluta ed anacronistica matrice antropocentrica, che poiché l’adozione di un animale da compagnia è frutto di una scelta come tale debba essere gestita, senza dover gravare sulla cittadinanza visto che l’art.32 della Costituzione garantisce la tutela della salute come fondamentale diritto della “persona”, e non degli animali… per dirla in termini spicci, è la facile risposta, ancora troppo ricorrente, secondo la quale “per possedere un animale devi potertelo permettere”. La questione culturale viene prima di quella politica, perché la classe politica generalmente “cavalca” un tema sociale solo quando appare sostenuto da un numero elevato di cittadini per convertirli in voti utili. Ma nei ruoli dovrebbero sedere sempre persone di adeguata competenza o per lo meno di sufficiente sensibilità e senso etico.

Ecco perché è essenziale che tutti coloro che portano avanti degli specifici ideali comprendano la necessità di superare particolarismi, di unirsi, di fare squadra, perché è solo la forza dei numeri che può dare valore alla rappresentanza e portare quindi a risultati concreti.

Non ha molto senso invocare una maggior tutela, una qualche modifica normativa o lamentarsi dello stato delle cose, se poi non ci si aggrega numerosi in gruppi che con la forza di un’ampia rappresentanza riescano a dar voce alle istanze dei singoli e a farle giungere nelle sedi opportune, che sono appunto quelle politiche; perché, piaccia o non piaccia, tutto è politica, e tutto, nel bene come nel male passa attraverso la politica, che sia la modifica di un regolamento comunale, o piuttosto un provvedimento legislativo di valenza nazionale.

La nostra Presidente, on. Michela Vittoria Brambilla, già da molti anni conduce una battaglia parlamentare per l’Istituzione del Servizio sanitario veterinario mutualistico nazionale per la cura degli animali d’affezione (Atto  Camera n.315 del 16 marzo 2013), e la proposta di legge non si limita agli animali da compagnia i cui proprietari per motivi di reddito risultano già esenti dal pagamento delle spese del Servizio sanitario nazionale, ma riguarda anche i cani e i gatti ospitati in strutture gestite da organizzazioni di volontariato senza scopo di lucro e da organizzazioni non lucrative di utilità sociale, oltre ai cosiddetti “cani di quartiere”, i cani e i gatti impiegati nella pet therapy, e i gatti delle colonie feline.

È auspicabile una normativa nazionale che possa finalmente regolamentare questa fattispecie; frattanto però, in alcune Regioni e Comuni già hanno trovato attuazione o sono in iter di approvazione forme di assistenza veterinaria di base gratuita per i proprietari con basso reddito, ed anche presso alcune giunte comunali Abruzzesi si comincia a discuterne. In attesa, come sempre, è il mondo del volontariato e della solidarietà civile a sopperire.

Emergenze in pandemia, canili lager, randagismo e assistenza: parola al Dr. Mammarella

In Abruzzo non sono mancati episodi di cronaca che riportavano di canili lager, e spesso ai volontari non è permesso nemmeno di dare un’occhiata ai cani ospiti, come contrastare davvero questo fenomeno? 

In questo caso il problema è un po’ più complesso, perché non è solo legato all’aspetto normativo e a tutta una serie di negligenze locali: sarò diretto, dietro la terribile realtà dei canili lager c’è spesso un vero e proprio business economico.

Nonostante le leggi ci siano, non sempre sono rispettate, i controlli sono assenti o se eseguiti si limitano a valutare se il canile è a norma dal punto di vista strutturale; ma l’essere o meno in regola con le prescrizioni di legge spesso non ha niente a che vedere con le condizioni di vita dei randagi ospitati. Ci sono rifugi non perfettamente a norma, nei quali però i randagi sono gestiti con grande professionalità, rispetto, e soprattutto amore da parte di chi se ne occupa.

Le faccio un esempio: il rifugio municipale di Pescara è una struttura obsoleta, eppure i volontari di LNDC sono eccezionali, attenti al benessere psicofisico dei randagi ai quali viene consentita una costante interazione tra di loro come con gli umani, vengono seguiti settimanalmente dal personale sanitario dell’associazione e, soprattutto, vengono curate le adozioni, che è l’aspetto più importante.

Perché questo dovrebbe essere il fine di un canile: non un luogo di detenzione a vita, in condizioni indegne, ma una fase di transito, un posto sicuro dove al randagio vengono assicurate condizioni di vita rispettose della propria dignità di essere senziente per il tempo necessario a trovar loro una giusta adozione.

Generalmente quando le strutture sono gestite dalle Associazioni di volontariato i cani sono trattati nel miglior modo possibile; certo, si tratta sempre di canili, ma la presenza dei volontari garantisce il rispetto del loro benessere psicofisico e soprattutto rende il più breve possibile la loro permanenza in struttura grazie ad adeguate campagne di adozione: così è per esempio è anche a Chieti, dove il rifugio comunale è gestito con tanta attenzione dall’associazione Asada, o ad Ortona, dove la LIDA opera in modo encomiabile, o a Lanciano, con l’associazione Quattrozampe, solo per citarne alcuni.

La questione è differente quando le strutture sono gestite da attività imprenditoriali private, in particolare gli asili (anche se non mancano ipotesi di gestione “mista”, pubblica e privata, sia di rifugi che di canili sanitari): nonostante la Legge 281/91 indichi nelle associazioni di protezione animali i soggetti prioritari cui concedere le convenzioni per la gestione dei canili, spesso i Comuni stipulano contratti a prezzi “stracciati”, anche a meno di 1 euro al giorno, con imprese chiuse ai volontari (non ci sono obblighi di collaborazione, a meno che non vengano prestabiliti contrattualmente o imposti dall’autorità comunale), il cui profitto si basa sui grandi numeri, sull’abbattimento dei costi di gestione, e sulla lunga permanenza dei cani in struttura, dei quali non viene incentivata l’adozione perché ovviamente non è di alcuna convenienza economica.

Ovviamente questo non vuol dire che tutte le strutture gestite dai privati siano dei lager, anzi, in Abruzzo ci sono anche realtà virtuose e che sono migliorate nel tempo, ma l’esperienza insegna che l’attenzione e l’impegno resi dalle associazioni di volontariato non sono nemmeno lontanamente paragonabili: è come mettere a confronto gli ideali con la convenienza, il cuore con la tensione al profitto …

A volte le autorità comunali non appaiono nemmeno consapevoli dello stato in cui versano quei cani, probabilmente non hanno neanche mai messo piede nelle strutture e si basano sui dati ufficiali comunicati dalle autorità di controllo che, il più delle volte, si limitano a valutare la conformità o meno della struttura ai requisiti dettati dai vari allegati alla legge regionale.

Così, i randagi restano vittime di un sistema che ha tutto l’interesse a mantenerli il più a lungo possibile in uno stato di detenzione ed in condizioni psicofisiche a volte inenarrabili.

Non mi soffermo sulle ragioni dell’assenza di controlli o sulla “clemenza” degli esiti delle ispezioni, perché si aprirebbe un ulteriore ampio capitolo, ma mi preme evidenziare la portata della nuova Legge Regionale della Puglia, seppur ancora non emessi i decreti attuativi, che in tema di gare di appalto dei canili dispone che l’elemento relativo al costo deve essere fisso e non negoziabile, in modo che la valutazione delle ditte partecipanti alla gara avverrà solo in base alla ricorrenza di criteri qualitativi atti a garantire un livello ottimale di benessere animale.

È un esempio di buona politica riproponibile anche in altre regioni, a condizione che ci sia una classe dirigente minimamente lungimirante, e mi creda, questo non avviene spesso.

Quali sono i progetti futuri del Movimento Animalista?

Il movimento animalista nasce con l’ambizione di realizzare, a livello territoriale e nazionale, politiche di maggior tutela degli animali, dell’ambiente, e di aiuto a tutti coloro cittadini, volontari e associazioni che si occupano di benessere degli animali, riformando la normativa civile, penale e costituzionale. Ovviamente, aspiriamo ad avere nostri rappresentanti nelle istituzioni politiche ed amministrative territoriali, ma si tratta di un percorso lungo e complesso vista la specificità delle tematiche.

Ciononostante, siamo ben radicati nella realtà politica del territorio: nel corso delle campagne elettorali valutiamo con attenzione quali candidati sostenere in base all’interesse che mostrano alle nostre proposte, introduciamo, quando è possibile, candidati “nostri”, cooperiamo nella stesura di programmi che incentiviamo poi a realizzare, e forse a breve potrebbe esserci un riscontro molto soddisfacente in tal senso in un importante capoluogo di provincia. Nel corso del 2021 si rinnoveranno le amministrazioni di vari Comuni abruzzesi, e stiamo già lavorando per valutare come muoverci.

Frattanto cooperiamo costantemente con quelle amministrazioni e quei Sindaci che si mostrano aperti a nuove soluzioni: alcuni progetti sono già approvati e in corso, come quello realizzato con il Sindaco di Città Sant’Angelo che consente una collaborazione nella gestione dei randagi grazie al contributo di tre associazioni ben radicate sul territorio; per la città di Pescara sono in elaborazione due importanti progetti che coinvolgono sia il Comune che la Asl, uno sul randagismo, anche felino, ormai fuori controllo, in questo caso avvalendoci della partecipazione di associazioni con rappresentanza nazionale, l’altro rivolto a pazienti fragili ricoverati in alcune strutture sanitarie impossibilitati al momento a poter godere della compagnia dei propri quattro zampe rimasti a casa; con la nuova amministrazione comunale di Chieti, da noi sostenuta, si dialoga quotidianamente per la realizzazione di un programma condiviso già in fase pre-elettorale; in provincia di Teramo sta nascendo un progetto, con la partnership di un editore televisivo abruzzese, per la realizzazione di una trasmissione che possa dar spazio settimanalmente a tutte le tematiche di comune interesse per il benessere animale, una sorta di contenitore che spazierebbe dalle adozioni presso i rifugi ai consigli offerti da professionisti in campo veterinario o legale, dalle interviste ai dibattiti e confronti tra i rappresentanti delle istituzioni e le associazioni, e molto altro ancora.

Il progetto più ambizioso è ovviamente quello di ottenere una nuova Legge Regionale che vada a sopperire le carenze dell’attuale L.47/2013, per molti aspetti oggi non più in linea con il mutato sentire sociale e con la realtà del territorio; anche su questo progetto, che presuppone ovviamente il coinvolgimento di tutte le associazioni di volontariato, è essenziale il dialogo con l’Assessorato competente e con i membri del consiglio più attenti all’ascolto. L’emergenza da Covid-19 sta rallentando e ponendo limiti alle attività di tutti in considerazione di una serie di priorità; ma in ogni caso noi andiamo avanti, perché anche la tutela dei nostri compagni pelosi è una priorità già da troppo tempo.


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