Cambiamento climatico: Ghiacciaio del Calderone ridotto del 65%

Cambiamento climatico: Ghiacciaio del Calderone ridotto del 65%

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L’indagine di Legambiente che fatto tappa sul Gran Sasso

di Michele Brunetti

Non viene esaminata solo la salute delle acque (con Goletta Verde) ma anche quella dei ghiacciai, e il nostro ghiacciaio del Calderone, all’interno del massiccio del Gran Sasso, dal 2000 è suddiviso ormai in due glacionevati, uno superiore e uno inferiore, ricoperti del solo detrito a fine estate: negli ultimi 25 anni la superficie glaciale, che nel 1994 risultava ancora superiore a 6 ettari, si è ridotta di oltre il 65%, arrivando a misurare attualmente poco più di due ettari, questo è stato il triste risultato del monitoraggio effettuato nella terza tappa della Carovana dei ghiacciai di Legambiente sul glacionevato del Calderone in Abruzzo, i cui risultati sono stati illustrati, la settimana scorsa, in conferenza stampa a Pescara.

“Il Calderone è un laboratorio naturale per comprendere al meglio i cambiamenti climatici e gli effetti ambientali delle attività umane, – ha spiegato Legambiente –, e la sua capacità di risposta veloce ai cambiamenti climatici ci fornisce dati utilissimi per capire come si evolverà il clima nei prossimi anni”. Al di sotto del detrito, il massimo spessore di ghiaccio residuo è risultato, dalle misure dei ricercatori pari a circa 25 metri, con una diminuzione complessiva di spessore di circa 9 metri negli ultimi 25 anni.

Cambiamento climatico: Ghiacciaio del Calderone ridotto del 65%

Il Calderone unico nel suo genere, negli Appennini come in tutta Europa

La posizione del Calderone al centro dell’area mediterranea e la ridotta distanza dal mare rendono particolarmente intensi gli effetti dal punto di vista meteorologico che si manifestano con gli elevati apporti nevosi a cui si contrappongono le sempre più frequenti ondate di calore africane con le sabbie in sospensione che favoriscono in maniera molto ingente i fenomeni di fusione. La sopravvivenza del glacialismo nella conca del Calderone è legata all’effetto protettivo svolto dalle alte pareti delle cime che la racchiudono e dalla copertura detritica costituita dal detrito calcareo che con la sua colorazione chiara favorisce la riflessione dei raggi solari.

“Questo glacionevato, ancora oggi nonostante i riverberi della crisi climatica qui ancora più rilevanti e immediati – dichiara Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente – ci offre servizi ecosistemici di grande importanza. Non solo per il fatto che le sue acque di fusione costituiscono un rifornimento costante e indispensabile per il rifugio Franchetti, ma soprattutto per il suo curioso comportamento, unico nel panorama europeo: la capacità di risposta veloce ai cambiamenti climatici ci fornisce dati utilissimi per capire come si evolverà il clima nei prossimi anni. Una presenza ricca di informazioni scientifiche e al contempo elemento culturale fondamentale per lo sviluppo di questo bellissimo territorio”.

Secondo gli studiosi, un anno di particolari condizioni favorevoli o sfavorevoli produce un suo effetto misurabile in un arco di tempo di risposta stimato in circa 8 anni, a differenza dei ghiacciai alpini che normalmente reagiscono su tempi più lunghi. Il Calderone, per la continuità delle misure e per l’ampio spettro delle ricerche svolte, ha rappresentato e rappresenta un ideale laboratorio naturale per comprendere al meglio i delicati equilibri climatici e gli effetti ambientali delle attività umane e pur nella sua generale tendenza alla perdita di massa e alla riduzione, con il suo comportamento altalenante del ghiacciaio, non è assimilabile a quello di buona parte degli apparati glaciali alpini.


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